Il Concetto Di “Consumatore” Secondo La Corte Europea Nella Sentenza Estée Lauder

Il Concetto Di “Consumatore” Secondo La Corte Europea Nella Sentenza Estée Lauder

UNIONE EUROPEA: GIURISPRUDENZA

Il concetto di “consumatore” secondo la Corte europea nella sentenza Estée Lauder – Lancaster Con la sentenza del 13 gennaio 2000 nel caso Estée Lauder/Lancaster (C-220/98) la Corte di Giustizia europea ha fornito un chiarimento sui criteri da adottare per stabilire se il pubblico può essere indotto in errore da una denominazione, marchio o dicitura pubblicitaria.

Nel caso in questione, nella denominazione di una crema rassodante era stata compresa la parola “lifting”, e l’uso di tale dicitura contestato in quanto capace di trarre in inganno il consumatore riguardo alla durata degli effetti del prodotto. La normativa comunitaria sull’etichettatura dei prodotti cosmetici (Direttiva 76/768 CEE, qui di seguito “la Direttiva”), impone agli stati membri di adottare disposizioni adeguate per impedire l’impiego di denominazioni che attribuiscano ai prodotti caratteristiche che questi non possiedono, traendo in inganno i consumatori. Dato che la giurisprudenza tedesca ha applicato in casi simili una nozione di “consumatore” diversa da quella della Corte europea, e dato che vietare la commercializzazione del prodotto in Germania mentre lo stesso prodotto continuava a rimanere in vendita in altri paesi dell’UE poneva il problema del rispetto del principio della libera circolazione delle merci, il giudice tedesco ha chiesto lumi alla Corte su entrambi questi punti.

La Corte si è richiamata alla propria giurisprudenza affermando che per stabilire se una denominazione, un marchio o una dicitura pubblicitaria siano o meno idonei a indurre l’acquirente in errore, occorre prendere in considerazione l’aspettativa presunta di un consumatore medio, normalmente informato e ragionevolmente attento e avveduto. Nel caso in questione, occorre prendere in considerazione fattori sociali, culturali e linguistici che possano giustificare il fatto che il termine “lifting” usato per una crema rassodante sia inteso dai consumatori tedeschi in modo differente rispetto ai consumatori degli altri Stati membri. Spetta al giudice nazionale pronunciarsi sull’eventuale carattere ingannevole della denominazione (per la valutazione del quale può ricorrere a sondaggi d’opinione o perizie). La Corte ha sottolineato inoltre che garantire la libertà degli scambi commerciali nonché la difesa dei consumatori sono esigenze imperative in nome delle quali sono ammesse deroghe alla libera circolazione delle merci.

31 gennaio 2000