Il delegato vescovile spiega i contenuti del programma pastorale di quest

Il delegato vescovile spiega i contenuti del programma pastorale di quest

Mons. Gervasoni, da dove viene questa scelta di campo?

«È stata ribadita nel Vaticano II, ma da sempre la Chiesa ha avuto questo tipo di attenzione. Già gli Atti degli apostoli indicano nella carità uno degli elementi escatologici della comunità cristiana: nell’attesa del ritorno del Signore, mettersi a curare traffici o a fare speculazioni finanziarie ai primi cristiani sembrava soprattutto inutile, fuorviante. La cosa più importante era condividere i beni con tutti, avere buone relazioni tra di loro e con gli altri, lodare Dio e vivere nella pace. L’immagine della comunità primitiva di Gerusalemme dice che non dovrebbero esserci poveri, che la conversione degli animi dovrebbe permettere una dimensione di giustizia assolutamente migliore di quella del mondo, e fortemente significativa per chiunque».

La Chiesa ha iniziato subito a mettere il naso nelle faccende sociali.

«In un certo senso sì, ma la cosa va intesa bene. Il messaggio di Gesù è certamente di grande valore anche sociale, però di fatto una sua coniugazione politica non c’è stata, tanto che i primi testi cristiani ignorano il problema del rapporto con lo Stato, non vanno a toccare le istituzioni. L’annuncio evangelico non si pone come progetto di liberazione sociale perché il suo compito principale è la liberazione dal peccato, condizione perché un rinnovamento della società sia possibile. Il bisogno economico, quello della salute, qualsiasi tipo di povertà che mette l’uomo nella condizione di implorare Dio e l’aiuto degli altri è la via per accedere al bisogno radicale di cui l’uomo è costituito, e che è ciò che lo fa grande. L’amore e la misericordia di Dio, raggiungendo l’uomo, lo trasformano e lo rendono capace di farsi prossimo agli altri».

Solo chi ha ricevuto, può dare.

«È così: la vera ricchezza è Dio, mentre l’uomo di solito assegna alla ricchezza materiale un valore idolatrico. E ultimamente attribuisce a sé il compito della propria salvezza. In questo senso la povertà è un segno privilegiato di questo spogliarsi della propria illusoria onnipotenza. Il povero, che non può contare su qualche tipo di “prestazione” per essere considerato valido ai miei occhi, mi richiama a una bontà creaturale e a una dignità umana che richiedono un atto di fede nei confronti di Dio. La povertà per la Chiesa è una categoria teologica e antropologica prima ancora che economica».

La Chiesa non fa della sociologia…

«Utilizza la sociologia, utilizza le scienze umane, la storia per far emergere un’immagine dell’uomo di fronte alla sua vocazione fondamentale, di fronte a Dio. Ma questo implica necessariamente un confronto con l’altro, perché noi non abbiamo immagine di Dio senza passare per un altro uomo. Ne va dell’autenticità della fede. La povertà, come situazione umanamente scandalosa, ultimamente provoca il credente a rileggere il suo atto di fede: in qualche modo l’affronto del bisogno, dell’emarginazione, dell’inimicizia dicono la radicalità con cui un uomo si affida a Dio».

Avete scelto come immagine la «Cena in casa di Simone il fariseo» di El Greco. A Betania però Gesù lodò la donna che aveva sprecato il profumo per lui, mentre i moralisti consigliavano di risparmiare quei soldi e darli ai poveri.

«Gesù dice: “I poveri li avrete sempre con voi. Non sempre avrete me”. La vera prossimità nei confronti del povero si ha quando si assume l’atteggiamento di questa donna verso Gesù. Lei ha ritenuto che 300 denari di profumo e un vasetto di alabastro nulla valessero di fronte a quell’atto di generosità radicale, di amore. Proprio come fa Gesù con l’uomo. In questo senso il programma pastorale vuole andare a rinnovare l’atto di fede prima ancora che risolvere i problemi, gravissimi, che l’umanità ha dal punto di vista della povertà».

Gesù «preferiva» i poveri?

«Indubbiamente. Pensiamo al modo in cui nasce, a Betlemme. Gesù privilegia le situazioni in cui il bisogno dell’uomo invoca l’aiuto di Dio. Anche i suoi amici li ha scelti tra la gente semplice. Però la sua non è un’azione di tipo socio-economico, non c’è traccia di questo nelle Scritture. Gesù non era uno zelota. Così come non era neanche un uomo distaccato dalla storia che aspettava un’apocalisse ventura».

Oggi in Occidente il cittadino medio non lotta più per sopravvivere.

«La povertà è solo e allusivamente esaurita dalla capacità di soddisfare i bisogni primari. Oggi non possiamo dire che uno non è povero perché mangia, perché gode di un apporto calorico e vitaminico sufficiente. Noi abbiamo alcuni assistiti qui in Caritas che rinunciano volentieri al pasto quotidiano ma non al telefonino: la sete di comunicazione per loro è più significativa del pasto. Il concetto di povertà varia a seconda delle condizioni sociali in cui la domanda dell’uomo si pone. Ecco allora che nascono le “nuove povertà”, legate a una condizione generale di benessere. L’uomo credendo di soddisfare la sua sete di felicità con quello che il benessere oramai garantisce, finisce per intristire la sua stessa domanda. Nella nostra società cresce la depressione, lo sconforto, l’incapacità di gestire i rapporti. Spesso i poveri, nonostante lo sforzo che fanno per vivere, sono più liberi di avere relazioni gratuite».

Il «nuovo povero» può essere anche un uomo ricco?

«Per alcuni versi sì, anche se il ricco ha delle responsabilità: se volesse, con facilità potrebbe fare qualcosa. Solo che spesso le condizioni ambientali non lo aiutano a capire la necessità di assumere uno stile di vita sobrio che gli permetterebbe di percepire il valore di altre cose, che non si comprano. La ricchezza ha valore idolatrico proprio perché ottunde la capacità di riconoscere la vera ricchezza dell’uomo».

La Chiesa è accusata dai laici di fare l’elemosina ma di non affrontare il problema sociale nel suo complesso. C’è il rischio che noi cattolici borghesi ci laviamo un po’ la coscienza con questi gesti?

«Sicuramente. L’attenzione per la povertà è passata nelle istituzioni, è ormai acquisita alla coscienza pubblica come dimensione eticamente importante. Non lo è altrettanto nella coscienza di tutti. Oggi si distribuisce il superfluo, non si condivide il necessario per vivere: questo porta a fare un’elemosina che scarica emotivamente la questione pensando che con un bel gesto si metta a posto sia il povero sia la propria coscienza. La comunità cristiana dovrebbe essere capace di dare segni di contestazione più radicali della mentalità corrente. In una famiglia un figlio non può essere ricco e l’altro povero, sarebbe uno scandalo. Questa logica dovrebbe in qualche modo regolare anche la società».

Oggi la povertà è anche un problema geopolitico.

«Il problema si pone in termini drammatici perché la globalizzazione ha creato delle interdipendenze assolutamente strutturali: non si può più vivere nell’illusione che la povertà sia un problema di gente che vive su altri mondi. È necessario fare delle considerazioni sul nostro modello di sviluppo, e sul livello etico-politico del governo del mondo, della finanza, delle comunicazioni. Sono cose sulle quali si sta cominciando a ragionare, anche se ci sono molti interessi che frenano. Il problema della povertà a livello mondiale – come ha detto il vescovo Amadei – condiziona la vita stessa del pianeta. È un problema esistenziale, non solo economico. E diventerà per noi una condizione di vita o di morte».

Carlo Dignola (L’Eco di Bergamo, 20/9/2002)